INAUGURAZIONE ANNO ACCADEMICO 2016-2017

10 marzo 2017 | Categoria: Ateneo

INAUGURAZIONE ANNO ACCADEMICO 2016-2017

Oggi durante l'inaugurazione dell'Anno Accademico dell'Università Politecnica delle Marche è intervenuto Leonardo Archini Presidente del Consiglio Studentesco e Rappresentante degli Studenti della lista Gulliver. Riportiamo un estratto del discorso che ha seguito la Relazione del Magnifico Rettore.

"L’obiettivo dell’università sta passando dall'incentivare la formazione dell’individuo, della sua coscienza e delle sue capacità, a rispondere alle necessità immediate del mercato del lavoro, trasformandosi essa stessa in un’azienda che ha come prodotto l’erogazione dei corsi, e la preparazione degli studenti. E così troviamo le scelleratezza del numero chiuso, che limita l’accesso alla conoscenza e la sua diffusione e che minaccia anche altri corsi della nostra università. Il rapporto con il mondo del lavoro si sta rovesciando, le aziende scelgono le competenze che i laureati devono avere e ne determinano il numero, quando l’università dovrebbe indicare la strada verso le nuove tecnologie e i nuovi saperi.
Sembra scomparso dall’immaginario collettivo e dagli studenti l’idea che l’Università, prima di essere uno sforna professionisti e imprenditori, sia il luogo per eccellenza in cui si produce e si condividono i saperi, il luogo in cui avviene la piena maturazione intellettuale di coloro che arrivano ai gradi più alti dell’istruzione."

Nell'intervento, il Presidente del Consiglio Studentesco ha toccato le tematiche riguardanti la condizione studentesca e l'inadeguatezza dei finanziamenti universitari e soprattutto quelli per il diritto allo studio invitando ad una partecipazione attiva per migliorare la condizione dell'Università.

 

Discorso Completo:

" Ringrazio il Rettore per la possiblità di portare la voce degli studenti in questa importante occasione e porgo i miei saluti a tutti i presenti. Voglio anche salutare e pronunciare la mia solidarietà verso le popolazioni terremotate per la tragedia che ha toccato tutti noi e per le difficoltà che ancora si trovano a vivere, nonostante siano passati diversi mesi dalla data del sisma.

Vorrei partire nel mio discorso dalla mia condizione come studente.

Per noi studenti l’università è sempre più il luogo in cui ci si iscrive per trovare un posto di lavoro migliore di quello a cui si avrebbe accesso con un diploma. Siamo spinti a finire il nostro percorso più velocemente possibile, per due motivi principali: da una parte l’università non vuole che impieghiamo più tempo del previsto a laurearci in quanto il ministero non considera chi è fuori corso per ripartire i fondi agli atenei, e dall’altra, per non gravare eccessivamente sulle nostre famiglie, se non per cercare nel più breve tempo possibile l’indipendenza e la serenità economica, messe in discussione da questi anni di crisi. In questo contesto per noi è difficile partecipare, avere il tempo e il modo per capire quello che ci accade intorno, per approfondire i nostri interessi e formare le nostre coscienze. L’attività di studio non lascia spazio a molto altro. Questo a causa della disparità che si è creata tra i crediti degli insegnamenti e il reale carico didattico con il sistema 3+2 e il mito del merito.

Ognuno di noi, infatti, dovrebbe aspirare a diventare un’eccellenza, in un’ottica competitiva della formazione. Addirittura le università tra loro devono gareggiare, per ottenere una parte premiale dei fondi nazionali. Il merito non può essere un pretesto per diminuire i finanziamenti e per restringere i diritti e limitarli solamente a chi, appunto, merita di esercitarli . E le politiche nazionali, negli ultimi decenni sono sempre andate in questa direzione, mai in netta controtendenza, soprattutto per il diritto allo studio.

L’Italia è il penultimo dei paesi dell’Unione Europea per percentuale di cittadini laureati eppure l’accesso all’università continua ad essere limitato, i criteri di accesso alle agevolazioni per il diritto allo studio non rispondono alle nostre necessità, ma a una minor spesa possibile. Se in molti paesi europei i criteri di accesso alle borse di studio e alle agevolazioni legate al diritto allo studio sono legati solo al reddito, in Italia gli studenti devono soddisfare anche il requisito di merito, sempre più stringente e che in alcuni casi può anche trasformarsi in un grave danno economico per chi invece ne dovrebbe usufruire. Infatti uno studente borsista al primo anno, se non consegue il numero di crediti richiesto, deve restituire quanto precedentemente ricevuto, senza possibilità di recuperare e vedendo le proprie possibilità di prosecuzione degli studi quasi sicuramente annullate. Inoltre, il requisito di merito viene calcolato dall'anno di prima immatricolazione: questo significa che chi si rende conto di aver fatto una scelta sbagliata per quanto riguarda il suo percorso di studi e per questo decide di cambiare corso o università, non possa più godere dei benefici legati al diritto allo studio.

Questo tipo di sistema assume più i connotati di un "ricatto" che di una possibilità.

Eppure sappiamo che maggiore è il numero di laureati in una comunità e migliori sono le condizioni materiali, culturali e sociali di quella stessa comunità, e lo sanno, in europa: Austria, Danimarca, Finlandia, Germania, Grecia, norvegia, svezia, turchia, scozia, dove non si pagano le tasse universitarie.

Da diversi anni i toni e i contenuti degli interventi dei Presidenti del Consiglio Studentesco sono così cupi, è difficile trovare qualcosa di positivo da dire, questo perché nel tempo le istituzioni non hanno ancora centrato i problemi che colpiscono l’istruzione pubblica, si vuole istruire le nuove generazioni senza comprenderne i bisogni. L’ultima disastrosa conferma l’abbiamo avuta dal governo della regione marche, che ha appena approvato la nuova legge per il diritto allo studio, creata in modo da tutelare interessi diversi da quelli degli studenti. Il diritto allo studio dovrebbe essere uno dei principali impegni di un’amministrazione e, invece, i 9 milioni di euro in tre anni stanziati nelle marche saranno appena sufficienti a garantire le borse di studio, quando, ad esempio, ci sarebbe bisogno di manutenzione per gli studentati, assistenza sanitaria e tutta una serie di servizi che vanno oltre la quota monetaria della borsa e che la regione sceglie di non garantire.

Queste scelte seguono le politiche nazionali: siamo l’ultimo paese in europa per spesa in istruzione rispetto alla spesa pubblica.

I risultati sono evidenti e sotto gli occhi di tutti: gli immatricolati In Italia sono diminuiti del 20% in 10 anni,e non c’è, per ora, all’orizzonte una controtendenza, a fronte di un impoverimento culturale, tecnologico e sociale ormai generalizzati.

Anche per i dottorandi la situazione non è migliore, nonostante si stiano facendo passi avanti con la disoccupazione per gli assegnisti e i dottorandi con borsa in discussione in parlamento. Questi si trovano ancora nel limbo tra l’essere studenti quando si tratta di non riconoscergli l’attività e il lavoro di ricerca e lavoratori quando si tratta di attribuirgli mansioni di didattica, tutoraggio, progettazione e ricerca. Perché è opportuno ricordarlo, la ricerca è lavoro.

Negli anni abbiamo assistito anche a una riduzione dell’offerta dottorale, in 10 anni i posti di dottorato sono calati del 44.5% in maniera non omogenea sul territorio nazionale.

Questa situazione ci porta ad essere agli ultimi posti in europa nel rapporto tra dottorandi e popolazione complessiva.

Inoltre, c’è un’enorme differenza di condizioni tra le diverse posizioni, in particolare tra i dottorandi con borsa e senza. Questi ultimi non godono di alcun sostegno economico e arrivano a pagare fino a oltre duemila euro di tasse, in aperta violazione degli standard minimi sanciti dalla Carta Europea dei Ricercatori.

C’è bisogno allora di un finanziamento del settore della ricerca, verso il reclutamento e per la formazione e non è più rinviabile un adeguamento al rialzo della borsa di dottorato.

Queste linee politiche non riguardano solamente l’università, i governi di questi anni hanno sempre rappresentato un pensiero per cui lo stato è un intralcio per il mercato, e di conseguenza per le persone che dal mercato traggono i propri vantaggi. L’obiettivo dell’università sta passando dall’ incentivare la formazione dell’individuo, della sua coscienza e delle sue capacità, a rispondere alle necessità immediate del mercato del lavoro, trasformandosi essa stessa in un’azienda che ha come prodotto l’erogazione dei corsi, e la preparazione degli studenti. E così troviamo le scelleratezza del numero chiuso, che limita l’accesso alla conoscenza e la sua diffusione e che minaccia anche altri corsi della nostra università. Il rapporto con il mondo del lavoro si sta rovesciando, le aziende scelgono le competenze che i laureati devono avere e ne determinano il numero, quando l’università dovrebbe indicare la strada verso le nuove tecnologie e i nuovi saperi.

Sembra scomparso dall’immaginario collettivo e dagli studenti l’idea che l’Università, prima di essere uno sforna professionisti e imprenditori, sia il luogo per eccellenza in cui si produce e si condividono i saperi, il luogo in cui avviene la piena maturazione intellettuale di coloro che arrivano ai gradi più alti dell’istruzione. Il mondo del lavoro ci tocca poi durante i nostri studi, a causa delle mancanze di servizi e sostegni, sempre più studenti sono costretti a rivolgersi al mondo del lavoro per poter continuare a studiare, spesso in condizioni svantaggiose e senza conoscere i propri diritti e le condizioni a cui dovrebbero lavorare.

È davvero questo il contributo che vogliamo portare all’europa sull’istruzione universitaria? È questo il sistema con cui vogliamo affiancare e sostenere gli importanti risultati nella scienza e nella ricerca degli Italiani?

Vorrei superare questa parte buia del mio discorso per provare a pensare a quali possono essere le soluzioni alle contraddizioni della nostra università. Oltre a finanziamenti nazionali adeguati alle esigenze del sistema di formazione, qui ad Ancona è sempre più evidente la necessità di servizi che rispettino almeno i livelli minimi di qualità. Il servizio di trasporto è inefficiente, incapace di sostenere le necessità di studenti e della cittadinanza, eppure il trasporto pubblico dovrebbe essere tra le priorità di ogni amministrazione locale.

È arrivata l’ora di re-istituire l’assistenza sanitaria per gli studenti fuori sede, non è possibile che chi viene da fuori regione non abbia diritto di accedere alle prestazioni mediche di base gratuitamente.

C’è bisogno di un maggior controllo sulla qualità dei contratti di affitto da parte del Comune per garantire condizioni sempre più eque agli studenti che scelgono di vivere in città.

C’è anche bisogno di spazi nuovi, aperti nel week-end, in cui possiamo ritrovarci a studiare e passare il nostro tempo.

Ma sono gli studentati che hanno maggior bisogno di investimenti, alcuni, in realtà andrebbero chiusi e ri-costruiti, perché non adatti alla destinazione che dovrebbero avere come luogo in cui gli studenti vivono in comunità. La regione, ora che ha riformato la governance, deve prendersi gli impegni che ha promesso di portare avanti.

La carta, che grazie a un tavolo tra consiglio studentesco, comune e ateneo, è stata istituita per accedere a delle agevolazioni per gli studenti, dovrebbe essere estesa, per incentivare fortemente l’accesso alla cultura, anche attraverso una maggior informazione sulle convenzioni, ma anche continuare ad evolversi, fino a diventare una carta unica per gli studenti dell’UNIVPM che dia accesso a tutti i servizi anche interni all’università

Seguiremo, poi, con attenzione l’applicazione della no tax area e le conseguenze che avrà sulla tassazione universitaria, continuando a vigilare sull’equità di trattamento tra studenti in corso e fuori corso

Stare seduti a guardare tutto ciò con passività non ci aiuterà a migliorare la situazione, è necessario agire nel nostro interesse. Siamo noi studenti, ma anche i docenti, gli amministrativi e, infine, la popolazione tutta a detenere il potere, ad avere la possiblità di cambiare le cose, quando queste prendono la direzione sbagliata, organizzandoci.
L’università, come luogo di formazione attraverso il confronto, deve favorire e incoraggiare il più possibile le forme di organizzazione degli studenti, e riconoscerle, perché sono un valore aggiunto da far risaltare e diffondere."

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