Ai Candidati per la Presidenza della Regione Marche

17 marzo 2010 | Categoria: Comunicato Stampa


Egregio Candidato alla Presidenza della Regione Marche,

In qualità di Rappresentanti delle Associazioni Studentesche “Gulliver-Sinistra Universitaria” di Ancona e “Agorà-Cultura e Partecipazione” di Urbino, intendiamo portare alla Sua attenzione la grave situazione in cui versa il Diritto allo Studio in Italia, con particolare riferimento al nostro territorio.

A tale scopo Le inviamo una breve relazione sul tema, elaborata con la collaborazione del Sindacato Studentesco “Unione degli Universitari”.

Con questo documento intendiamo non solo offrirLe una panoramica della situazione attuale, ma sottoporLe proposte concrete e soluzioni, frutto del nostro impegno e di analisi delle problematiche svolte sia a livello locale che nazionale.

Un reale interessamento a questi temi da parte della Politica Regionale non è soltanto un impegno necessario, ma anche un dovere imprescindibile: non dimentichiamo infatti che molte delle competenze in ambito di Diritto allo Studio sono proprio a carico della Regione.

Confidando nella Sua sensibilità al tema e in un Suo impegno verso la Popolazione degli Studenti Universitari e la tutela dei loro Diritti,

Le porgiamo i più distinti saluti.

 

Il Coordinatore della Lista “Gulliver – Sinistra Universitaria” di Ancona 

Sig. Carlo Cotichelli 

 

Il Presidente dell’Associazione “Agorà – Cultura e Partecipazione” di Urbino                                        

Sig. Simone Fabbrocile

 

 

 

 

Le Regioni e l’Università: Puntare sulla Conoscenza per lo sviluppo del territorio e il futuro del Paese.

In Italia la crisi economica giunge in un momento di crisi culturale e sociale che ne accentuerà le conseguenze.

Gli episodi che si sono verificati in questi mesi sono il campanello d’allarme di un
Paese in cui l’integrazione sociale diventa sempre più difficile e si assiste ad un impoverimento culturale dilagante nei mezzi di comunicazione di massa.

Gli ultimi fatti di Rosarno, gli episodi di razzismo, di xenofobia verso immigrati e omosessuali confermano la tendenza del nostro Paese a chiudersi alle culture diverse.

Le politiche del governo Berlusconi nei confronti della crisi economica si sono limitate allo scudo fiscale, alla social card, insomma a provvedimenti spot che non solo non mirano ad una inversione di tendenza rispetto agli investimenti di un Paese in piena crisi sociale, ma non guardano neppure a come porre freni concreti alle conseguenze sociali che questa crisi sta avendo sulle condizioni di vita della popolazione.

I provvedimenti varati nei confronti dell’Università sono emblematici di come il governo sta affrontando questa fase cruciale per il nostro Paese. In un settore strategico per il futuro del Paese, i ministri Gelmini e Tremonti non guardano a come investire sulla conoscenza per creare le basi di una crescita culturale e economica, per creare le condizioni di una inversione di tendenza. Il disegno di legge per riformare l’Università, difatti, si pone l’obiettivo di riformare in senso “aziendalistico” un’istituzione che non può essere gestita come un’impresa, attraverso una forte centralizzazione del sistema universitario ed una sua ulteriore burocratizzazione. Affianco a questo appesantimento del sistema universitario e ad una forte lesione dei principi autonomistici, i tagli pesanti al fondo di finanziamento e l’intenzione di riformare l’intero sistema del diritto allo studio creeranno sempre più ostacoli al diritto allo studio. Questa pericolosa miscela di punti chiave della revisione del sistema universitario si collocano in una fase già problematica dell’istruzione italiana, in cui l’Italia, secondo i dati OCSE spende per l’istruzione meno rispetto alla media: la spesa italiana in rapporto al PIL è del 4,7% contro il 5,8% della media Ocse.

Se, nella scuola elementare, la spesa rapportata al numero degli studenti è leggermente superiore alla media Ocse per l'università la situazione si ribalta: in Italia per ogni studente si investono ogni anno 8.026 dollari, contro gli 11.512 della media Ocse. In questo scenario le conseguenze sono immediate. Solo guardando i dati sull’abbandono degli studi si comprende la grave crisi che il sistema universitario italiano vive: l'Italia è al primo posto tra i paesi membri dell'Ocse per abbandono universitario, la metà degli studenti che inizia un percorso universitario di primo livello non riesce a portarlo a termine.

L’analisi è semplice ed incontrovertibile: nel pieno della crisi economica più grave degli ultimi decenni, mentre tutti i Paesi puntano su istruzione e formazione per uscire dalla crisi, con la L.133/08 il Governo taglia 1,5 miliardi di euro ai finanziamenti dell’università e con il ddl presentato al Senato il 9 Dicembre 2009 si procede al definitivo svilimento della funzione socio-culturale ed economica che l’Università ha fino ad oggi avuto come traino della società.

 

 

Le elezioni regionali del 28 e 29 Marzo 2010 rappresentano un’occasione per dare un segnale di cambiamento.

Proprio dalle amministrazioni regionali potrebbe infatti partire un’inversione di rotta, una strategia che basi il modello di sviluppo del territorio sulla conoscenza, sull’applicazione del sapere in tutti i campi. Di fronte ai provvedimenti tesi a chiudere il sistema universitario ed il diritto allo studio i governi regionali hanno la responsabilità di potersi opporre a questo disegno, innescando un processo esattamente contrario che punti ad espandere il diritto allo studio, migliorare la condizione studentesca perché l’Università venga concepito dai giovani e dagli enti locali come un investimento, e ad aumentare la mobilità sociale.

La società della conoscenza è la società in cui la ricchezza e lo sviluppo sono creati attraverso l’applicazione in campo economico e nelle attività produttive di specifiche competenze e dell’innovazione scientifica e tecnologica.

Il sapere è determinante per l’eliminazione delle diseguaglianze sociali, è la possibilità per poter affermare la persona nella società secondo le sue ambizioni e le sue capacità, fattore decisivo per la mobilità sociale. Per costruire una società e un modello di sviluppo migliori è necessario che le amministrazioni si impegnino a investire in conoscenza.

Le amministrazioni regionali possono contribuire in maniera forte per dare una svolta a questo Paese, per fare uscire il nostro Paese fuori da questa crisi che oltre che economica sta diventando sempre più anche crisi culturale.

Politiche di welfare nei confronti degli studenti universitari, intensificazione del rapporto università-mondo del lavoro, centralità degli atenei nell’elaborazione delle politiche, queste le proposte del sindacato studentesco per invertire le politiche del governo Berlusconi, per uscire dalla crisi, per dimostrare che un’altra Italia è possibile.

 

Estendere l’istruzione per lo sviluppo del territorio: strumenti per la creazione di un welfare studentesco

Crediamo che per costruire una società migliore sia necessaria l’estensione dell’alta formazione al maggior numero di cittadini per una più consapevole partecipazione alla vita politica e per il progresso sociale e culturale della comunità.

La crescita della popolazione studentesca e conseguentemente del numero di laureati ha contribuito alla crescita economica che il nostro paese ha conosciuto fino agli ultimi anni del XX secolo e che ha permesso all’Italia di essere tra i paesi più economicamente avanzati del mondo.

Ancora oggi però la maggior parte degli iscritti all’università proviene dai ceti medio-alti mentre sono ancora pochi, in proporzione, gli studenti che provengono da famiglie con condizioni economiche disagiate.

Le Regioni hanno un ruolo fondamentale nell’estensione dell’alta formazione in quanto detengono la competenza esclusiva in materia di diritto allo studio.

Il costo della vita nella grandi città per le attività quotidiane di uno studente e per l’affitto di una stanza arriva a superare i 1000 euro al mese. Una spesa insostenibile per una famiglia con un reddito medio e assolutamente non coperta dalle attuali borse di studio. Il tasso di chi lavora e studia in questi anni è cresciuto sensibilmente ma, come detto prima con i tempi e le scadenze universitarie lavorare significa prolungare non di poco i tempi della laurea. Chi lavora ha in molti casi un occupazione precaria che gli permette di portare a casa quasi sempre non più di 500 euro al mese, che non permettono di non gravare pesantemente sulle spalle di una famiglia di reddito medio-basso.

Perché l’università sia davvero un luogo per tutti allora diventa necessaria la creazione di un welfare studentesco universale, ovvero riferito a tutti gli studenti in quanto soggetti sociali.

Gli interventi che le regioni possono mettere in campo sono molti e non così gravosi per le casse della regione. Proponiamo delle soluzioni sui temi dei trasporti, dell’assistenza sanitaria, della ristorazione e dell’accesso alla cultura.

Le proposte formulate non sono richieste impossibili ma in molti casi servizi già attivi in alcune sedi universitarie. Vengono presi dunque a modello alcuni servizi già in sperimentazione che possono essere facilmente esportabili in tutte le realtà universitarie.

 

– Borse di studio

Considerando l’anno accademico 2008/09 su circa 1.800.000 studenti italiani gli idonei di borsa di studio sono stati 188.331, gli studenti vincitori 156.297  (l’83% degli aventi diritto).  Beneficiano di una borsa di studio, solo l’8,7% di tutti gli studenti italiani. Questo dato evidenzia sia la scarsa attenzione in termini di finanziamento rispetto ai paesi dell’UE e dell’OCSE sia l’inefficienza del sistema del diritto allo studio italiano.

La copertura delle borse varia da regione a regione con picchi del 100% di copertura a minimi del 37%, al Sud in nessuna regione si raggiunge la copertura totale delle borse. La più bassa possibilità di ottenere una borsa di studio nelle regioni del sud è uno dei motivi che spinge molti studenti del meridione a scegliere atenei del centro-nord dove la copertura delle borse è totale.

Che più di 30.000 studenti ogni anno rimangono, pur avendone i requisiti, senza borsa di studio è un fatto gravissimo e lesivo di un diritto assicurato dall’art.34 della costituzione

Chiediamo alle regioni un impegno maggiore in termini di risorse proprie da destinare alle borse di studio e un impegno in sedi come la conferenza stato-regioni e la conferenza delle regioni per chiedere maggiori investimenti da parte dello stato.

Vanno incentivati anche i finanziamenti per le borse di mobilità internazionale, spesso poche e non sufficienti a coprire le spese per un periodo di studi all’estero.

 

– Politiche abitative

La possibilità di trovare una sistemazione confortevole e a prezzi accessibili è una delle motivazioni decisive che spingono uno studente che non vive in una città universitaria a iniziare gli studi.

In questo caso i tipi di offerta, pubblica (residenze universitaria) e privata (mercato degli affitti) presentano diverse problematiche.

Le residenze universitarie mettono a disposizione pochissimi posti (i posti letto a disposizione in tutto il paese sono circa 35.000 a fronte di una domanda di centinaia di migliaia di persone) e lo stato delle strutture in alcuni casi è davvero fatiscente. È necessario dunque un particolare investimento da parte delle regioni (anche attraverso le risorse della L. 338/2000) sia nella ristrutturazione e nella messa in sicurezza delle strutture esistenti, sia nella costruzione di nuove case dello studente. Una buona pratica adottata da alcuni enti regionali per il diritto allo studio è quella di ristrutturare alcune edifici pubblici in disuso, spesso situati nel centro storico delle città per riadattarli a residenze universitarie, riqualificando così il patrimonio urbano.

 

– Ristorazione

La situazione delle mense oggi è molto diversificata nelle varie regioni italiane. Oltre alle differenze strutturali delle mense (numero di mense, vicinanza alle sedi delle facoltà, numero di pasti annui erogati) ci sono profonde differenze sui prezzi praticati nelle varie regioni. Agli studenti vincitori o idonei di borsa è assicurata la gratuità o quasi dei pasti giornalieri ma in genere i prezzi variano in base al reddito. Riteniamo che il diritto ad avere prezzi sostenibili presso le mense universitarie debba essere garantiti a tutti indifferentemente dalla situazione economica familiare. Per questo crediamo sia necessario praticare prezzi politici per tutti gli studenti che non beneficiano delle borse di studio. I tavoli di contrattazione con le aziende regionali sul diritto allo studio hanno già iniziato a produrre risultati positivi (vedi il caso della toscana, 2,5 euro a pasto per tutti).

 

– Trasporti

Il tema dei trasporti, molto caro agli studenti universitari deve essere affrontato su due diversi aspetti: trasporti urbani e trasporti extra-urbani.

Dal punto di vista del trasporto urbano il problema più comune, oltre al prezzo del biglietto e degli abbonamenti e la frequenza delle corse, è il collegamento con le sedi universitarie, spesso dislocate in diversi punti della città, tra loro e con le zone ad alta densità di popolazione studentesca.

Andrebbero dunque intensificati, laddove necessario, i mezzi pubblici tra le sedi universitarie (facoltà, segreterie, mense, biblioteche etc.) e garantiti collegamenti più frequenti e il servizio notturno ad esempio in quelle zone in cui hanno sede le residenze universitarie.

I prezzi delle singole corse e degli abbonamenti, sebbene esistono in alcune città abbonamenti dedicati agli studenti universitari potrebbero essere ridotti fino alla gratuito almeno per le linee che collegano le sedi universitarie.

Per quanto riguarda il trasporto regionale il problema è molto più consistente in quanto la spesa per gli studenti pendolari è molto costosa. Tra gli esempi di agevolazioni possibili la migliore è sicuramente quella proposta dalla regione Lazio che prevede abbonamenti gratuiti per i giovani studenti, lavoratori, disoccupati e inoccupati con un'età compresa tra i 10 e i 25 anni con reddito ISEE, non superiore ad € 20.000,00.

Per gli studenti e i lavoratori l'esenzione copre la tratta che va dal Comune di residenza al luogo di studio o di lavoro, anche se questo si trova in regioni limitrofe.

 

– Assistenza sanitaria

In questa materia il ruolo delle regioni, per la loro competenza normativa ed amministrativa, è centrale. La previsione dell’art. 19 della L.390/91 che prevede la stipula di convenzioni tra regioni ed università per assicurare prestazioni sanitarie all’interno delle sedi universitarie è rimasta pressoché lettera morta. In quasi nessun ateneo è presente un presidio medico per gli studenti.

I disagi più gravi sono quelli avvertiti dagli studenti fuorisede, che avendo la residenza in un comune diverso da quello sede di università hanno molte difficoltà anche per richiedere farmaci come antibiotici e spesso sono costretti a recarsi al pronto soccorso o alla guardia medica oppure ad affidarsi a cure fai-da-te.

Oltre a chiedere l’apertura di presidi medici all’interno dell’università sarebbe possibile stipulare accordi tra università, comuni e aziende sanitarie locali per avere il medico di base nella città sede degli studi per gli studenti fuorisede.

Tale accordo è stato già firmato nella città di Padova, dove gli studenti fuorisede pagando l’esigua somma di 10 euro annui hanno la possibilità di avere il medico di base nella città in cui studiano mantenendo quello della città di residenza

 

– Accesso alla cultura

L’accesso a luoghi come musei, gallerie d’arte, mostre e luoghi di produzione di cultura è fondamentale per completare la formazione di uno studente.

Le regioni possono essere l’ente promotrice di un sistema integrato di servizi che preveda la gratuità per l’accesso a musei e gallerie d’arte e sconti su prodotti di tipo culturale quali libri, riviste, cd, dvd, cinema e teatri.

L’istituzione di una carta dei servizi regionale per gli studenti permetterebbe di riassumere tutti i servizi legati al diritto allo studio in un solo strumento.

 

– L’accesso al sapere oltre la crisi

La crisi economica si abbatte sul diritto allo studio anche in maniera indiretta. Ai figli delle famiglie i cui lavoratori hanno subìto la cassa integrazione si riducono le possibilità di accedere ai gradi più alti dell’istruzione. Le tasse personalizzate per l’iscrizione agli Atenei sono legate agli indicatori delle situazioni economiche antecedenti all’inasprimento sociale della crisi economica, con i suoi licenziamenti e casse integrazioni. Servono misure di sostegno perché la crisi non aggravi ulteriormente il diritto allo studio più di quanto non abbia già fatto attraverso i tagli del Governo. In questo senso una risposta, anche se incompleta, l’ha data la Regione Marche con la delibera n.233 del 9 Febbraio, che ha visto lo stanziamento di un milione di euro per l’erogazione di borse di studio “una tantum” per gli universitari figli di lavoratori “da almeno tre mesi in disoccupazione, in mobilità, in cassa integrazione straordinaria”.

 

Università e mondo del lavoro

Il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) in Italia con il 26,2 % rimane tra i più alti in Europa.

Gli ultimi dati ISTAT sull’occupazione rilevano che a 1 anno dalla laurea a lavorare è il 54 % dei giovani laureati (25-34 anni), la percentuale si alza al 73% a 3 anni dal conseguimento del titolo. il dato varia non di poco a secondo dell’area geografica: a Sud il tasso di disoccupazione tra il laureati  a 3 anni dal titolo è del 16,6 % al nord del 4,6 %. Solo il 42,4 % del totale dei laureati che lavorano a 3 anni dal conseguimento del titolo hanno un contratto a tempo indeterminato. È evidente dunque la difficoltà anche per i laureati di trovare un posto di lavoro stabile, difficoltà che si traduce in precarietà del proprio futuro. Il fenomeno della precarietà dunque è molto diffuso anche per le figure professionali più specializzate. La maggior parte dei giovani laureati italiani, dopo anni di studio si ritrovano ad avere molte difficoltà nel trovare un lavoro e soprattutto a trovare un impiego stabile che gli possa permettere di pensare a costruirsi un futuro stabile.

Gli effetti della crisi economica dal punto di vista occupazionale si sono scaricati soprattutto sui giovani. Secondo dati di Almalaurea vi è stato nel primo bimestre 2009 un calo del 23% della domanda di lavoro di laureati. L’alto tasso di lavoro instabile per i giovani laureati inoltre non assicura tutele in caso di perdita del posto di lavoro.

Ancora più preoccupanti sono i dati riguardanti i giovani che studiano e lavorano allo stesso tempo.

Da un’indagine commissionata dall’UdU alla fondazione Cesar nel 2006 risulta che gli studenti lavoratori sono il 35 % del totale. Di questi solo il solo il 29,2 ha un lavoro regolare, mentre il 70 % lavora in nero. Nella maggior parte dei casi i compensi sono inferiori ai 500 euro ( 46,5 %).

La motivazione che spinge la maggior parte degli studenti a lavorare è l’alto costo della vita da fuorisede (abitazione, costo dei libri, trasporti), i bassi importi delle borse di studio e le scarse agevolazioni.

Attraverso la collaborazione con le regioni si potrebbe iniziare a mettere in campo una serie di strumenti come incentivi di tipo fiscale e tributario per le aziende che assumono giovani laureati, servizi di collegamento tra università e mondo del lavoro come sportelli di orientamento al lavoro ed accordi con le imprese da parte degli enti regionali.

Altro strumento importante, soprattutto per chi è ancora nel percorso formativo, è quello delle borse di lavoro part-time all’interno delle università e degli enti per il diritto allo studio.

Nel 2008 su tutto il territorio nazionale le borse part-time erogate dagli enti per il diritto allo studio sono state solo 2020 (dati MIUR). Queste borse potrebbero essere implementate soprattutto per la gestione dei servizi destinati agli stessi studenti come sportelli cerca alloggio, sportelli informazioni, orientamento per le matricole.

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